venerdì 21 agosto 2015

IL TRONO DI SPADE, TRADUZIONE DISCUTIBILE parte 1

Nonostante i libri di George R.R. Martin siano usciti ormai da anni (pensate che il primo capitolo della saga "A game of Thrones" uscì nel 1996 e arrivò in Italia nel 1999) mi trovo spesso a dover discutere con persone che si stanno avvicinando a questa saga, della bontà della traduzione italiana.
In questo articolo non vi parlerò della trama ma vi metterò al corrente delle scelte, che io non condivido, del traduttore Sergio Altieri.
Non ho intenzione di puntare il dito contro Altieri, in quanto credo gli sia stato dato un lavoro che semplicemente non faceva al caso suo, ossia tradurre.
Per quanto riguarda l'Altieri scrittore invece non ho nulla da obiettare, se vi capita date un'occhiata ai libri da lui scritti.
Ma torniamo all'argomento principale di questo articolo, la traduzione e, se avete anche voi il primo libro della saga apritelo e scoprite assieme a me le differenze con il romanzo originale. Tra parentesi tonde vi ripoterò una mia traduzione sommaria per rendere l'idea della differenza anche a chi non ha molta dimestichezza con l'inglese.

PROLOGO:

Trad. italiana: "La foresta piena d'ombre rimandò echi della voce di ser Waymar. Troppi echi, troppo forti e definiti."
Martin diceva semplicemente: His voice echoed, too loud in the twilit forest. (La sua voce echeggiò, troppo forte nella foresta crepuscolare).

Poco dopo inizia a descrivere l'abbigliamento di Waymar Royce e ci sono delle imprecisioni e ancora aggiunte alle frasi.

Trad. italiana: "Il tocco finale, il mantello, era la degna corona dell'intero addobbo: pelliccia d'ermellino nero, spessa e soffice come un peccato di lussuria." quando nell'originale diceva più semplicemente "His cloak was his crowning glory; sable, thick and black and soft as sin." (Il suo mantello era il suo pezzo forte; di pelliccia, folto, nero e morbido come il peccato). Chi ha parlato di peccato di lussuria?

Poco dopo ci racconta di come Will sia stato cacciatore prima di entrare nei Guardiani della notte.
Trad. italiana: "Le guardie a cavallo di lord Jason Mallister l'avevano colto nei boschi padronali attorno a Seagard mentre, con le mani insanguinate, scuoiava un cerbiatto, anche quello di Mallister."
L'originale: "Mallister freeriders had caught him red-handed in the Mallisters’ own woods, skinning one of the Mallisters’ own bucks, and it had been a choice of putting on the black or losing a hand."
(Gli scagnozzi di Mallister lo catturarono con le mani sporche di sangue nella foresta di proprietà di Mallister, mentre spellava uno dei cervi di proprietà di Mallister e scelse tra indossare il nero o perdere una mano.)
Io mi chiedo ma la storia dei "boschi padronali attorno a Seagard" da dove l'avrà tirato fuori? E il cerbiatto? Senza contare che "freeriders" è slang americano e tra i suoi significati non c'è "guardie a cavallo".

Trad. italiana: "Nessuno può giacere immobile nella neve così a lungo. Nessuno che sia ancora in vita."
Martin fu molto più sintetico: "No living man ever lay so still." (Nessuno uomo vivente può giacere immobile così a lungo).

Qualche pagina dopo, Waymar chiede a Will di arrampicarsi su un albero per vedere cosa succede.
Trad. italiana: "Sotto di lui, la voce del giovane esclamò: <<Chi va là?>>. Una voce improvvisamente piena di incertezza nel dare l'intimidazione.

L'originale suonava così: "Down below, the lordling called out suddenly, “Who goes there?” Will heard uncertainty in the challenge." (Sotto, l'immaturo signore disse improvvisamente, <<Chi va là?>>. Will sentì incertezza nelle parole di sfida.)

Poco dopo mentre Royce si accorge che qualcosa che non va.
Trad. italiana: "Sentire certo. Ma niente da vedere." dove Martin diceva solo: "There was nothing to see"(Non c'era niente da vedere)

E ancora,
Trad. italiana: "Un freddo improvviso, innaturale." Questa frase non c'era neanche nell'originale.

Trad. italiana: "Nessun metallo noto all'uomo era stato usato per forgiare quella lama. No, nessun metallo, infatti: la lama era di cristallo."
Martin diceva invece: "No human metal had gone into forging of that blade" (Nessun metallo umano era stato usato per forgiare quella lama).

E subito dopo,
Trad. italiana: "<<Vuoi danzare?>> Ser Royce affrontò l'avversario con coraggio. <<Allora danza con me.>>"
Martin diceva: "Ser Waymar met him bravely. <<Dance with me then.>>" (Ser Waymar lo affrontò coraggiosamente. <<Danza come me, allora.>>). Qui mi chiedo che bisogno c'era di scrivere quella frase all'inizio che non c'è nell'originale?

Due pagine dopo,
Trad. italiana: "Povero corpo non di un uomo ma di un ragazzo: adesso si vedeva bene."
Martin diceva: "Lying dead like, you saw how young he was. A boy." Qua non contesto la traduzione in sé, il senso è quello ma era per farvi capire di come stravolga le frasi.

Una cosa che voglio puntualizzare è che OGNI volta che Martin userà il cognome per chiamare un suo personaggio Altieri userà il nome e viceversa. Questa cosa mi ha sempre fatto sorridere.

Bene, con questo ho finito di elencarvi i punti più critici del prologo. E già solo in dodici pagine, di imprecisazioni o errori ce ne sono parecchi, dal mio punto di vista. Più di quanti se ne potrebbero tollerare.


sabato 1 agosto 2015

La rabbia e l'orgoglio, La forza della ragione

"In Italia difendere la propria cultura è diventato peccato mortale."

 Oriana Fallaci scrisse questo libro quasi di getto, accantonando un altro libro che stava scrivendo ormai da anni, seguendo l'istinto che le diceva di liberarsi dalla rabbia che si portava dentro da tempo e che, in seguito all'attentato terroristico dell'11 settembre 2001 si era manifestata più ardente che mai.
Iniziò quindi la stesura di quello che doveva essere un articolo di giornale che ben presto si rivelò essere ben più lungo. Così, per renderlo pubblicabile lo accorciò brutalmente salvo poi renderlo disponibile in modo integrale a tutti con questo libro: “La rabbia e l'orgoglio”. Un titolo potente che già sembra urlarci contro appena lo si prende in mano.
Oriana lo definì, quando glielo chiesero, una predica agli italiani e, sebbene la predica arrivi solo nelle ultime pagine è di una lucidità e di una grinta che vi scuoterà dentro. 
 
La rabbia si sente. Urla dalla carta stampata come non mi era mai successo di vedere. Una scrittura lucida ma sbrigativa che ci fa capire l'impulso e la rabbia che deve avere provato lei mentre batteva i tasti sulla tastiera.
Oriana non ha parole buone per nessuno. Non farà la finta buonista, né la finta tollerante. Nella sua vita giornalistica di orrori ne vide molti e cercherà di renderci partecipi, rinunciando il più delle volte, come a voler dire che sarebbe troppo per noi riuscire a comprendere.
In molti la tacciarono di essere razzista ma lei da queste pagine si difende anche da quelle ridicole accuse, lasciandoci capire che non è contro una razza che lei urla ma contro il fondamentalismo di una religione totalmente estranea al nostro modo di vivere che, tramite i terroristi, sta cercando di imporsi, distruggendo la nostra storia e cultura.

 "L'Europa che sepolta nel torpore brucia come l'antica Troia ha rigenerato  la malattia che il secolo scorso rese fascisti anche gli italiani non fascisti, nazisti i tedeschi non nazisti, bolscevichi anche i russi non bolscevichi. E che ora rende traditori anche coloro che non vorrebberlo esserlo: la paura."

Nel libro uscito qualche anno dopo ossia, La forza della ragione, Oriana analizza in modo più approfondito la questione, portandoci esempi e dati ma sempre perorando la causa occidentale contro il fondamentalismo islamico e analizzando la religione musulmana che, mettendo Allah sopra qualsiasi cosa, anche sopra la legge vede nella separazione tra Chiesa e Stato una cosa innaturale.
Rimprovera anche i vari studiosi, politici e professori che di volta in volta si ergono a difesa della cultura islamica, volendola quasi portare ad essere un faro dell'umanità e offuscando la storia, la cultura e le scoperte in ambito scientifico e medico che invece hanno sempre contraddistinto l'Occidente.
Spiega anche che la religione musulmana non può essere considerata la Seconda Religione dello Stato, dato che lo Stato Italiano non può rappresentare gli immigrati musulmani e gli italiani convertiti, che sono davvero pochi.
Ci racconta anche della storia della piccola cittadina Colle Val d'Elsa, dove hanno rischiato che venisse costruito un minareto enorme, visibile anche a chilometri di distanza e che, solo all'ultimo si è riusciti ad evitare.
Questo e molto altro ci viene raccontato in questo libro che, come ho detto anche prima, è la versione più completa e meno vaneggiante del libro che la fece tanto odiare, ossia La rabbia e l'orgoglio.
 "Nei regimi dittatoriali o assolutisti, spiega Tocqueville, il dispotismo colpisce grossolonamente il corpo. Lo incatena, lo sevizia, lo sopprime con gli arresti e le torture(...).  E così facendo ignora l'anima che intatta può levarsi sulle carni martoriate, trasformare la vittima in eroe. Nei regimi interamente democratici, al contrario, il dispotismo ignora il corpo e si accanisce sull'anima(...). Alla vittima, infatti non dice: 'O la pensi come me o muori.'. Dice: 'Scegli. Sei libero di non pensare o di pensarla come me. E se non la penserai come me (...) sosterrò che sei un essere impuro, un pazzo o un delinquente.  Ti condannerò alla morte civile, ti renderò un fuorilegge, e la gente non ti ascolterà.' (...) Poi aggiunge [Tocqueville NdR] che nelle democrazie inanimate, nei regimi inertemente democratici, tutto si può dire fuorché la verità. (...)  Un'invisibile ma insormontabile barriera all'interno della quale  si può soltanto tacere o unirsi al coro."

Due libri che consiglio assolutamente di leggere. Non fermatevi a La rabbia e l'orgoglio anche se vi ha impressionati o scandalizzati. Provate a leggere anche l'altro libro, dove, come vi ho già detto Oriana cerca di analizzare la situazione in modo più distaccato, anche se il suo pensiero sarà una colonna portante.

E, visto che devo concludere questo articolo, mi sento di dire che, l'unico modo che abbiamo, nel nostro piccolo, per combattere il fondamentalismo islamico o qualsiasi forma di fondamentalismo ed evitare così che la nostra Cultura venga spazzata via, insieme alla nostra memoria storica è AMARE la nostra Cultura.

Non sono le invasioni degli immigrati, come vengono definite, a minacciare la nostra Cultura: siamo noi stessi a minacciarla. Quando ne parliamo male, quando non la studiamo perché è più bello e figo leggere libri stranieri. Quando, addirittura, roviniamo la nostra bellissima e invidiatissima lingua usando parole straniere, come cool, obviously, bookaholic (come si definiscono molti accaniti lettori italiani, che ironia!), midia (pronuncia inglesizzata della parola latina media).
Quindi, italiani, se vogliamo continuare a piangerci addosso e a pensare che l'Italia è un posto orribile, sappiate che non avremo futuro. Siamo già estinti.

Se invece, sentite dentro di voi la forza per voler combattere l'inedia e la sfiducia: aprite un libro italiano, leggete, studiate e portate la nostra cultura in tutto il mondo e non fate sì che il mondo vi porti tutti i suoi scarti facendovi pensare che siano più belli dei nostri tesori.



mercoledì 11 marzo 2015

Il giovane Holden

"Non faccio che ripetere «è stato un piacere» a gente con cui non è stato un piacere per niente. Ma se vuoi sopravvivere certa roba devi dirla."
  

La missione della casa editrice Einaudi di ritradurre i grandi classici, svecchiandoli, ormai credo sia nota a tutti. E, l'anno scorso arrivò il turno dell'opera più famosa di     J. D. Salinger "Il giovane Holden".
La nuova traduzione a cura di Matteo Colombo è, a mio parere, pienamente riuscita: la lettura è piacevole e scorrevole, senza mai risultare artificiale.  
Si possono creare discussioni infinite sulla necessità o meno di svecchiare le traduzioni ma, a mio avviso, la cosa più importante è che il messaggio che i libri portano con sé arrivi ai lettori e, quale modo migliore, se non facendoli parlare la loro lingua?


A puro scopo informativo vi mostrerò un paragrafo del romanzo, nella vecchia e nella nuova traduzione.

 
 "Io abito a New York, e pensavo al laghetto di Central Park, vicino a Central Park South. Chi sa se quando arrivavo a casa l'avrei trovato gelato, mi domandavo, e se era gelato, dove andavano le anitre? Chi sa dove andavano le anitre quando il laghetto era tutto gelato e col ghiaccio sopra. Chi sa se qualcuno andava a prenderle con un camion per portarle allo zoo o vattelappesca dove. O se volavano via."
trad. Adriana Motti 

"Io abito a New York, e stavo pensando al laghetto di Central Park, quello vicino a Central Park South. Chissà se arrivando a casa l'avrei trovato ghiacciato, e se sì, chissà dov'erano andate le anatre. Chissà dove andavano le anatre quando il lago gelava e si copriva di ghiaccio. Chissà se arrivava qualcuno in furgone che le caricava tutte quante per portarle in uno zoo o chissà dove. O se volavano via e basta."
trad. Matteo Colombo 
 

Da http://footage.framepool.com
Ovviamente la traduzione di Adriana Motti era perfetta per il suo tempo ma, in cinquant'anni la lingua italiana è mutata e, non si può negare, che la nuova traduzione renda la lettura più piacevole per noi.

Il titolo originario "The Catcher in the Rye", come ci informa la stessa Einaudi alla fine del romanzo, è intraducibile, ed il suo significato fa riferimento ad una canzone di Robert  Burns. Volendo tradurre il titolo, sarebbe una cosa del tipo "L'acchiappatore nella segale", quindi, la casa editrice decise di tenere il titolo con cui divenne famoso in Italia.

Dopo aver divagato sulla traduzione desidero parlarvi della storia del romanzo.

Holden Caulfield, il narratore in prima persona della storia, è un ragazzo di sedici anni che, come ci dirà lui fin dalle prime pagine, espulso dall'ennesimo college, dopo alcune vicissitudini e un giovanile colpo di testa, decide di lasciare l'istituto prima del termine ultimo, e di iniziare una sorta di vagabondaggio che durerà un solo finesettimana, ma che lo porterà a vivere diverse esperienze, per lo più negative e che, mostrerà a noi lettori, la sua fragile situazione mentale.

La trama in breve è questa ma, se pensate che sia tutto qui, vi sbagliate. Ho iniziato la lettura di questo romanzo credendolo per ragazzi e, forse, in parte è vero. Tuttavia credo, che solo una lettura adulta e consapevole possa rivelare le varie sfaccettature che l'autore voleva mostrare.
Holden è un ragazzo giovane, impulsivo, ossessivo, quasi folle.
Nel romanzo, nel corso del suo finesettimana girovago, tornerà spesso con il pensiero al fare una chiamata alla sua amica Jane. Che non sentiva da tempo ormai, e che gli era tornata in mente solo perché, prima di lasciare il college, Stradlater, il suo compagno di stanza, gli aveva fatto sapere che ci usciva assieme. Il bisogno di chiamarla si manifesta nelle ore più improbabili della notte ma anche durante il giorno, spezzando le sue azioni e dando sempre un senso di ossessività malata al suo desiderio. 
Questa e altre ripetizioni ossessive nel corso del romanzo, mostrano chiaramente come Holden soffra di qualche disturbo mentale, probabilmente dovuto alla morte del fratello Allie, che ci racconterà lui stesso, oppure semplicemente perché diverso dai suoi coetanei.
Ad un certo punto del romanzo c'è una bellissima descrizione di un attacco di panico:

"Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato e scendevo dallo stramaledetto marciapiede, avevo la sensazione che non sarei mai riuscito ad arrivare dall'altra parte. Pensavo che sarei sprofondato giù, giù. giù, e che nessuno mi avrebbe più rivisto."

Insomma, Holden è un ragazzo depresso che durante il corso della storia manifesterà diversi sintomi tipici degli attacchi di panico oltre che, probabilmente, di un vero e proprio disturbo.

Voglio precisare che il romanzo risulta, per lo stile di scrittura e per il modo di narrare di Holden simpatico e leggero. Spesso ho dovuto trattenere veri e propri attacchi di riso. Per questo, su un piano più superficiale, è sicuramente un romanzo per ragazzi. 

"Come fa uno a sapere quello che farà finché non lo fa? La risposta è: non lo sa. Io penso di saperlo, ma alla fin fine che ne so?"

In definitiva, credo sia uno di quei classici romanzi con un duplice piano di lettura, che lascia al lettore la possibilità di decidere fin dove addentrarsi. Anche se questo, è sicuramente influenzato dall'età del lettore stesso, e dal suo bagaglio di esperienze.

Ho trovato stimolanti le varie citazioni a film e romanzi, all'intero della storia, specialmente quelle relative a "Il grande Gatsby", titolo da me particolarmente amato.

Io l'ho trovato un romanzo piacevole, divertente, e per certi versi, come vi ho detto prima, inquietante. Sicuramente, lo consiglio a tutti. 
Vi lascio con una frase, che ha colpito il mio interesse, con cui Holden, dopo il vagabondaggio, descrive la sensazione di essere a casa:

"Ero sicuro di essere a casa. Nel nostro ingresso c'è un odore strano, che non somiglia a quello di nessun altro posto. Non so che diavolo sia. Non è che sa di cavolfiore, ma nemmeno profuma -non so proprio che diavolo è- però capisci subito che sei a casa."

Chi di voi lo ha letto? Cosa ne pensate? Fatemi sapere la vostra!


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martedì 17 febbraio 2015

Gerusalemme liberata

Canto l'arme pietose e 'l capitano 
che 'l gran Sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò co 'l senno e con la mano,
molto soffrì nel glorioso acquisto;
e in van l'Inferno vi s'oppose, e in vano
s'armò d'Asia e di Libia il popol misto.
Il Ciel gli diè favore, e sotto a i santi
segni ridusse i suoi compagni erranti.

Questa è la prima ottava del I canto, con evidente richiamo al virgiliano "Arma virumque cano" dell'Eneide, come a garantire l'epicità del poema.
Tasso mirava ad un classicismo moderno e, innanzitutto, si preoccupò di strutturare il suo poema ricorrendo alla storia, ma creando finzioni verosimili. Tuttavia l'opera aveva anche un fine dilettevole e per raggiungerlo integrò la storia con il meraviglioso cristiano.
La prima crociata si rivelò per Tasso un tema particolarmente fecondo in quanto, fondeva motivi religiosi e bellici ed essendo anche distante temporalmente dalla sua contemporaneità, gli permetteva di aggiungere elementi verosimili e meravigliosi.

Il vero protagonista è l'esercito crociato ma, importante sarà anche il ruolo dei musulmani e, di conseguenza, delle forze del male che, insidiatesi a Gerusalemme li contrasteranno.
Il poema è strutturato sul principio centrifugo (allontanamento dalla città) e centripeto (verso la città), per azione di queste forze maligne. In quanto lo scontro si svolge su due fronti: su quello orizzontale, dove si scontrano i cristiani e i musulmani e su quello verticale, dove si scontrano le forze divine e quelle infernali.

In entrambi gli schieramenti, cristiani e musulmani, si distinguono alcuni personaggi ugualmente interessanti.


SCHIERAMENTO CRISTIANO

Godfrey of Bouillon del
Maestro del Castello della Manta
Goffredo di Buglione, realmente esistito, partecipò alla I crociata. Il personaggio è ispirato all'eroe Enea e in lui Tasso esprime il modello di unità che cerca di creare nel poema. Tuttavia il rigore di Goffredo è spesso minacciato dal dubbio e dalla difficoltà di tenere unito l'esercito.

Rinaldo, personaggio indispensabile per la buona riuscita dell'impresa, è un eroe impulsivo e valoroso che racchiude in sé le caratteristiche della tradizione cavalleresca.

Tancredi, è uno dei personaggi più malinconici in quanto vive un forte dramma interiore, diviso tra l'amore per Clorinda (guerriera musulmana) e il dovere verso l'esercito crociato.
Sarà anche il responsabile per la morte della donna amata, uccisa per un tragico errore.



SCHIERAMENTO PAGANO

Aladino, personaggio di invenzione, è di indole feroce che pur essendo ammansita dall'età si manifesterà facendogli spesso perdere il sangue freddo necessario per garantirsi la vittoria.

Argante, è in un certo senso la controparte pagana di Rinaldo, con la stessa indole impetuosa è anche intimamente invidioso di Solimano.

Solimano, uno dei cavalieri più potenti e feroci si rifugia presso la corte egizia dopo essere stato spodestato dal trono di Nicea dai cristiani. Ha arruolato degli arabi, divenendo così il comandante delle truppe. Il suo animo è sempre velato da una consapevolezza della fragilità del destino umano.

Clorinda, donna-guerriera che scoprirà in punto di morte la sua femminilità, dopo un'infanzia difficile.

Armida, maga che travia con la sua bellezza ed eroticità diversi cavalieri dell'esercito crociato. Si innamorerà di Rinaldo e, una volta abbandonata da lui, cercherà vendetta, ma una volta divenuta una donna remissiva lui accetterà di sposarla.

Erminia, innamorata segretamente di Tancredi, celerà i suoi sentimenti fino alla fine.

Le vicende del poema iniziano al sesto anno della crociata (Tasso allunga la crociata da tre a sei anni) quando Dio, scrutando nell'animo dei cavalieri, sceglie Goffredo come comandante dell'esercito che dovrà riprendersi Gerusalemme, in quanto la situazione stagnante non lo soddisfa.
Eletto capitano dai suoi stessi cavalieri, come annunciato dall'Arcangelo Gabriele, per volere divino, partirà in marcia verso Gerusalemme infervorando gli animi degli altri. Arrivati nei pressi della città inizieranno le loro vicissitudini, in quanto le forze infernali cercheranno di deviarli dal loro obiettivo. Interessante è che, anche nel capitolo con la battaglia più affascinante, quella che coinvolge Solimano incitato dalla furia Aletto (che si scontra con l'esercito cristiano in piena notte con il cielo sinistramente tinteggiato di rosso dai poteri demoniaci e con gli stessi demoni che, ad un certo punto, ricopriranno l'intera volta), lui non è imbrogliato dal potere demoniaco, che infatti non penetra nell'animo umano a meno che esso non sia già indebolito.

La selva incantata, nel canto tredicesimo è il risultato delle forze infernali insidiatesi all'interno della foresta di Saron, per impedire ai crociati di procurarsi la legna per costruire le macchine da guerra.

dark forest di VityaR83 deviantart

Benché non esattamente a metà poema, questo canto è il punto di svolta della storia.
 «La foresta atterisce e ricaccia i viandanti poiché le sue piante sono possedute da una potenza demoniaca, ma diventa realtà tangibile, non scenario immobile, bensì paesaggio vivo e drammatico, solo attraverso le ombre, le allucinazioni, i terrori onirici di quanti la percorrono e vi scorgono la propria storia individuale rispecchiata nei fantasmi labili e struggenti dell'incoscio.» (E. Raimondi, Tasso o la coscienza lacerata, in Da Dante a Tasso)
I crociati che cercano di penetrare nella foresta sono diversi e, seppur sempre più in profondità nella selva, tutti falliscono. Una prima volta, gli artigiani fuggono spaventati già solo alla vista delle ombre degli alberi, ossia il primo ostacolo. Poi Alcastro, uno dei crociati più valorosi riesce ad avvicinarsi alla foresta rimanendo però bloccato dal secondo ostacolo: un muro di fiamme, che costituisce una sorta di città infuocata. Tancredi , riesce a superare la città infuocata ma, al terzo ostacolo, viene sconfitto dal suo dolore che gli fa vedere in un cipresso, Clorinda, la donna amata appena uccisa dalla sua spada. 
Il reiterato fallimento nel penetrare nella selva da parte dei crociati richiede il ritorno di Rinaldo, in quanto unico in grando di farlo. Il suo personaggio è un elemento chiave per la risoluzione del conflitto ed è da colui il quale, secondo Tasso, discende la dinastia Estense, secondo usanza classica, così come Virgilio aveva fatto discendere Ottaviano Augusto da Enea, che a sua volta discendeva dalla dea Venere.

Se siete interessanti alla trama per intero, se pur spiegata in modo sbrigativo, vi rimando al mio video in cui ne parlo: 



Ho affrontato questa avventura nel "picciol mondo" della Gerusalemme Liberata, un po' come i personaggi hanno affrontato la selva incantata. Dapprima fuggendo a gambe levate solo vedendo la mole della lettura, come loro sono fuggiti dalle ombre degli alberi. Poi una volta superato il primo ostacolo mi sono spaventata dello stile di scrittura e della lingua non esattamente semplice, così come Alcastro è fuggito dalla città infuocata. Ed infine, prima di innamorarmi completamente e totalmente di quest'opera, mi sono disperata credendo di non riuscire a mettere assieme tutte le informazioni che questo poema porta con sé (avendo l'esame di letteratura italiana che opprimeva il mio cuore), così come Tancredi si era sciolto in lacrime davanti al cipresso.

Questo vi posso dire: non è una lettura semplice ma, credetemi, una volta aperto questo capolavoro, non potrete più tornare indietro.

Chi di voi è così valoroso ed intrepido da aver affrontato questa lettura o di averne l'intenzione? Ditemi i vostri pareri!

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domenica 2 novembre 2014

Narciso e Boccadoro - H. Hesse

 "Qualcosa rimaneva che non si poteva esprimere, qualcosa di terribile e anche di prezioso, qualcosa di sprofondato ma d'inobliabile, un'esperienza, un gusto sulla lingua, un cerchio intorno al cuore."


Nel convento di Mariabronn in Germania si incontreranno due figure opposte e complementari: Narciso e Boccadoro.
Narciso, un giovane dotato di doti particolari che ha appena iniziato il noviziato incontrerà Boccadoro, più giovane di  lui di pochi anni, condotto là dal padre. Tra i due si instaurerà subito un rapporto particolare, complice anche una certa attrazione, più spirituale che fisica, dettata dalle loro essenze non ordinarie, anche se così diverse. 
Narciso che si vanta di avere la dote di leggere nell'animo delle altre persone spronerà Boccadoro a lasciare il convento, avendo capito che il giovane era stato mandato là per espiare le colpe della madre, scappata di casa e, di cui aveva quasi cancellato il ricordo. E sempre Narciso, lo inviterà alla ricerca della sua vera essenza che è da artista e non da pensatore, al contrario della sua.

"Tu sei un artista, io un pensatore. Tu dormi sul petto della madre, io veglio nel deserto. A me splende il sole, a te la luna e le stelle, i tuoi sogni sono di fanciulle, i miei di ragazzi."

Anche in seguito all'incontro con la zingara Lisa, inizierà così per Boccadoro un lungo viaggio alla ricerca della madre che rivedrà in ogni donna che incontrerà sul suo cammino, arrivando ad estremizzare la sua ricerca, volgendola alla scoperta della madre primigenia, Eva, generatrice della vita e dispensatrice di morte.
Il suo viaggio non sarà scandito da date o luoghi precisi ma solo dall'alternarsi delle stagioni e dalle descrizioni dei luoghi visitati, per indicarci che il suo viaggio è, prima di tutto, interiore.

Trionfo della morte - Pieter Bruegel

Il viaggio di Boccadoro si farà particolarmente difficile per colpa di una calamità, che ci aiuta a contestualizzare la storia, ossia la peste; descritta magistralmente da Hesse, che la mostrerà nella sua cruda ineluttabilità, descrivendo i cadaveri e la reazione degli uomini divenuti sotto molti aspetti inumani: genitori che abbandonavano i loro figli infetti, i monatti che rubavano dalle case rimaste vuote e che molto spesso, assieme ai morti, seppellivano anche i moribondi. In questo mondo senza più leggi e dominato dalla paura Boccadoro ne uscirà minato nell'animo e nella fede.


Dopo aver a lungo viaggiato, lui e Narciso si rincontreranno, questa volta da pari. L'artista da una parte e il pensatore dall'altra, entrambi dopo aver a lungo cercato la loro vera essenza anche se per strade diverse, riusciranno a dichiararsi il loro affetto rimasto immutato nel corso degli anni. Qui avrà luogo uno scambio interessante di battute tra i due, che cercheranno di comprendere le loro reciproche diversità, con Narciso che afferma di possedere il pensiero puro, ossia di pensare senza rappresentazioni e Boccadoro che, al contrario, vive di immagini. 
Nel penultimo capitolo Narciso riconoscerà l'innocenza dell'arte:
"Il nostro pensare è un continuo astrarre, un prescindere dal mondo sensibile, un tentativo di costruire un mondo puramente spirituale. Tu invece cogli nel cuore ciò che vi è di più instabile e mortale e riveli il senso del mondo proprio in quello che è transitorio. Tu non prescindi da questo, ti dai tutto a esso, e per questa tua dedizione esso diventa ciò che vi è di più alto: il simbolo dell'eternità."

Il libro si svolge come una lunga metafora che si dipana in tre tappe: la dipendenza da Narciso, la vita errabonda e il ritorno. E, alla fine del libro non avremo risposte. Non ci verrà detto quale delle due essenze era la più corretta. Entrambi si scopriranno perdenti ma anche vincitori, in quanto riusciranno a trovare la pace avendo imparato a vivere secondo la natura che più gli era congeniale pur tuttavia non riuscendo a trovare il senso della vita e della morte che tanto andavano cercando. 

IN CONCLUSIONE:

Difficile poter dare un'opinione univoca di questo romanzo che deve, innanzitutto, essere vissuto dal lettore. Le riflessioni e le domande senza risposta che si snoderanno attraverso tutta la storia tramite Boccadoro, sono le stesse che ogni essere umano in cuor suo si pone, prima o poi.
Una riflessione sulla vita e la morte, sull'arte e il pensiero, sulla bontà dell'animo umano e la sua crudeltà in un moto perpetuo, come se l'autore ci avesse voluto mettere difronte all'incomprensibile dualità della vita, in ogni suo aspetto.
Ci sarà anche un'interessante riflessione sulla miopia degli esseri umani dinanzi alle sofferenze degli animali, nel caso specifico dei pesci venduti per strada:

The boy hidden in a fish - David Hockney
"...Alcuni dei quali si arrendevano quieti alla morte, con la bocca dolorosamente aperta e gli occhi d'oro fissi in un'espressione di angoscia, altri invece si ribellavano furenti e disperati. (...) Lo prendeva una viva compassione per quelle bestie e una triste indignazione contro gli uomini; perché  questi erano così ottusi e rozzi e inconcepibilmente stolti e miopi, perché tutti quanti non vedevano nulla, né i pescatori né le pescivendole né i compratori che tiravano sul prezzo; perché non vedevano quelle bocche, quegli occhi spaventati a morte e quelle code che si dibattevano violentemente, non vedevano quella tremenda lotta disperata e vana, quell'insopportabile trasformazione dei misteriosi animali così meravigliosamente belli, che rabbrividivano nell'ultimo lieve tremito sulla pelle morente e giacevano morti e spenti, lunghi e tirati, miseri pezzi i carne per la tavola del ghiottone soddisfatto. Nulla vedevano questi uomini, nulla sapevano e osservavano, nulla parlava loro!"
 
Un romanzo sotto molti aspetti filosofico che, sono certa, porterò a lungo nel cuore.

E voi, lo avete apprezzato? Quali aspetti della storia vi hanno più affascinato?

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giovedì 2 ottobre 2014

SHERLOCK NEI LIBRI E NEI MEDIA, I PARTE

Sherlock Holmes è il più celebre investigatore di tutti i tempi, nato dalla fantasia di Arthur Conan Doyle alla fine del 1800. La mia intenzione di scrivere un articolo esaustivo su di lui mi ha portato ad aprire il vaso di pandora. Sì, perchè come molti di voi sapranno sul personaggio di Sherlock Holmes fioccano film, telefilm e romanzi scritti da diversi autori.
Come potrete facilmente immaginare delineare esaustivamente la figura di Sherlock Holmes è praticamente impossibile. La mia intenzione è di illustrarvi, man mano, i romanzi e i racconti originali comparandoli con il telefilm della BBC uscito per la prima volta nel 2010 intitolato, appunto, Sherlock.
Potrebbero essere delle nozioni utili per chi ha intenzione di iniziare a leggere i romanzi di Doyle oppure per chi vorrebbe guardare il telefilm con delle buone nozioni di base sui romanzi. Oppure, semplicemente, per i fan appassionati come me.


Prima di iniziare l'analisi volevo mettervi al corrente dell'ordine corretto con cui leggere i vari libri e racconti di Sherlock:
1) Uno studio in rosso (A study in scarlet, 1887), romanzo
2) Il segno dei quattro (The Sign of the Four, 1890), romanzo
3) Le avventure di Sherlock Holmes (The adventures of Sherlock Holmes, 1892), volume di racconti
4) Le memorie di Sherlock Holmes (The memoirs of Sherlock Holmes, 1894), volume di racconti
5)  La fiera per il campo (The field bazaar, 1896), racconto
6)  Il mastino dei Baskerville (The hound of the Baskervilles, 1902), romanzo
7) Il ritorno di Sherlock Holmes (The return of Sherlock Holmes, 1905), volume di racconti
8) La valle della paura (The Valley of Fear, 1915), romanzo
9) L'ultimo saluto di Sherlock Holmes (His last bow, 1917), volume di racconti
10) Come Watson imparò il metodo (How Watson learned the trick, 1924), racconto
11) Il taccuino di Sherlock Holmes (The casebook of Sherlock Holmes, 1927), volume di racconti
Più un racconto incompiuto:
12) L'avventura dell'uomo alto (The adventure of the tall man, 1900)

Oggi, quindi, analizzerò "Uno studio in rosso" e la sua controparte televisiva "Uno studio in rosa".

UNO STUDIO IN ROSSO

Il romanzo si apre, come ci dice anche il titoletto ad inizio capitolo, dai "ricordi del dottor John H. Watson ex ufficiale medico dell'Esercito britannico". Sarà lui, infatti, la nostra voce narrante.
Watson dopo essere stato ferito alla spalla durante la battaglia di Maiwand (uno degli scontri più importanti della seconda guerra anglo-afghana nrd) torna in Inghilterra e, dopo un breve periodo trascorso a bighellonare con i pochi soldi di pensione che ricevava, su suggerimento di un suo vecchio assistente decise di cercare un coiquilino con cui poter dividere le spese di un appartamento.
Il coinquilino altri non sarà che Sherlock Holmes ed insieme andranno a vivere al numero 221B di Baker Street. Qui Watson avrà modo di apprezzare sempre più le straordinarie doti deduttive di Sherlock, anche grazie ad un caso che gli si presenterà: un uomo, verrà trovato morto in un appartamento disabitato, senza segni di violenza e senza essere stato rapinato. Come e perché è stato ucciso? E, quel segno appena visibile sul muro scritto con sangue umano "Rache", cosa potrà mai significare? Ci penserà il nostro consulente investigativo a sciogliere il bandolo della matassa o, citando una frase dal libro: "Nella matassa incolore della vita, corre il filo rosso del delitto, e il nostro compito consiste nel dipanarlo, nell'isolarlo, nel metterlo in luce istante dopo istante." (pag.47, Sherlock Holmes, tutti i romanzi. Edizione Einaudi)

Il romanzo è interessante, soprattutto se lo contestualizziamo nel secolo in cui è stato scritto, essendo precursore del genere giallo. In questo romanzo ci viene presentato, più che altro, il personaggio di Sherlock, che impareremo ad apprezzare. Non è certamente un classico giallo moderno e, se questo è quello che vi aspettate, ne resterete forse, delusi. Il ritmo della narrazione è completamente diverso. Nei primi capitoli ci viene presentato il caso e, l'indagine si svolge, tutto sommato, rapidamente ed in conclusione il colpevole stesso ci narrerà la sua storia. Potete capire che il pathos, se è quello che cercate, non è molto presente nei romanzi di Doyle.

Passiamo ora, ad analizzare la prima puntata del telefilm della BBC Sherlock.

UNO STUDIO IN ROSA

Vorrei partire facendovi notare il titolo. Come per tutte le altre puntate del telefilm, storpieranno i titoli originali dandoci delle simpatiche versioni.
Come noterete dall'immagine accanto è ambientato ai giorni nostri e non alla fine del 1800. Ma, vi posso assicurare, non perde in qualità.

In questa puntata vedremo Watson con dei problemi economici, esattamente come nel libro, che lo porteranno alla ricerca di un coinquilino che, suggerito dal suo amico sarà proprio Sherlock. Quello che mi ha colpito è che, benché ambientato ai giorni nostri, Watson è comunque reduce dalla guerra in Afghanistan, quella dei giorni nostri.
Concetto di eterno ritorno di Nietzsche? Con l'idea che, in un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte. Sto divagando.

Vorrei porre l'accento sulla descrizione di Sherlock nel libro:
"Già il suo aspetto fisico era tale da attirare l'attenzione dell'osservatore più superficiale. Superava il metro e ottanta di statura, ed era tanto magro che sembrava ancora più alto. Aveva gli occhi acuti e penetranti, salvo in quei periodi di torpore (...); il naso, affilato e aquilino, conferiva al viso un'espressione vigile e determinata. Anche il mento, pronunciato e di forma quadrata, gli dava l'aria di un uomo determinato. Le sue mani erano sempre macchiate d'inchiostro e di sostanze chimiche, eppure possedeva una straordinaria delicatezza nel tatto, come avevo potuto frequentemente notare vedendolo manipolare i suoi fragili strumenti di indagine scientifica." (Sherlock Holmes, tutti i romanzi ed. Einaudi pg.17)

Trovo che la descrizione calzi piuttosto bene all'interprete di Sherlock, Benedict Cumberbatch e, questo, mi ha lasciato piacevolmente deliziata. Unica differenza è il naso, aquilino nel caso dello Sherlock letterario. Tuttavia è un dettaglio trascurabile, giusto?

CURIOSITÀ

Dettaglio che avrà lasciato sicuramente compiaciuti i fan di Sherlock di lunga data, sono le citazioni e frasi prese, quasi, letteralmente dai libri. Stessa cosa si può dire per il violino che lui suona, nel libro e anche nel telefilm. 

Watson e Sherlock appena dopo essere diventati coinquilini avranno un leggero diverbio su un articolo scritto da quest'ultimo. Nel libro era un articolo di giornale, invece nel telefilm, di un blog che Sherlock tiene, la scienza della deduzione (The Science of Deduction).

Veniamo agli altri personaggi. Nel telefilm c'è il detective Lestrade, presente anche nei libri dove però è accompagnato da Gregson, con cui ha una forte rivalità. Nel telefilm hanno accorpato questi due personaggi in uno solo, chiamandolo Greg Lestrade. Una mezza citazione carina, non trovate?
Nell'episodio mai andato in onda invece, ad un certo punto si vedrà Sherlock mandare una email a Gregson. 

Nel primo romanzo non compare Mycroft Holmes. Nella prima puntata sì.

Un dettaglio che mi ha fatto sorridere è il giro di battute sulla parola "Rache". Ricordate? La parola scritta sul muro nel caso del romanzo o sul pavimento nel caso del telefilm. Nel libro Lestrade trova la scritta sul muro e arriva alla conclusione che qualcuno stesse cercando di scrivere il nome "Rachel". Sherlock allora lo corregge dicendogli che Rache in tedesco vuol dire vendetta e di lasciar perdere la ricerca della donna.
Nel telefilm invece Anderson, un medico forense con cui Sherlock avrà spesso scambi di battute interessanti, suggerisce che Rache in tedesco voglia dire vendetta ma sarà subito corretto dal nostro consulente detective che invece gli dirà che bisognerà cercare una donna di nome Rachel. 

Qui a lato, nell'immagine, uno dei miei insulti preferiti. 

Un'ultima cosa, alla fine della prima puntata del telefilm Watson salverà Sherlock, ciò non avviene nel romanzo.

ULTIME CONSIDERAZIONI

Bene, vi ho illustrato nel modo più sintetico possibile le differenze e le somiglianze che ci sono tra il primo romanzo e la prima puntata. Ma, cosa abbiamo capito del personaggio? Chi è Sherlock Holmes? La descrizione fisica ve l'ho già scritta. E non ci dovrebbero essere dubbi in merito. Ma, che carattere ha? 

Nel telefilm viene messo molto l'accento su un suo presunto disturbo antisociale di personalità. Anche se, come ci tiene a precisare lui stesso è un sociopatico altamente funzionante (tradotto liberamente, non so come l'abbiano tradotto in italiano nrd).
Su questa definizione si sono scatenate varie discussioni. C'è chi sostiene infatti che la definizione di sociopatico non vada bene per lui. Quindi, ho rispolverato un mio vecchio manuale di psicologia ed ecco qua la definizione (ovviamente vi riporto solo le parti importanti, se no questo diverrebbe un saggio e non un articolo).

Le persone affette da disturbo antisociale di personalità (DSM-IV) mostrano una modalità di comportamento irresponsabile con scarsa attenzione per i diritti degli altri, per le norme sociali, per gli ammonimenti della coscienza e per la legge.
(...) Quando non ottiene ciò che vuole si irrita e diventa aggressivo, suscettibile e mostra scarsa tolleranza alla frustrazione.
(...) L'antisociale è una persona spesso arrogante ed egoista, abile e veloce oratore, pensa che tutti lo considerino il "numero uno"; prende decisioni d'impulso, irresponsabili e senza tenere conto delle conseguenze; usa fascino e carisma per ingannare, manipolare e raggirare gli altri.

Tratto da "Il libro della salute mentale di Allen Frances e Michael B. First"


Ci sono anche diversi criteri del DSM-IV con cui indentificare questo disturbo, ma non sto ad elencarveli, sappiate che però la descrizione generale è quella che vi ho riportato fedelmente dal manuale.
Ora, se per certi versi la definizione è calzante in altre stride un po' con quello che si può vedere nel corso della serie televisiva. Tuttavia è anche vero che mettendoci "high functioning" gli sceneggiatori si sono salvati in corner perchè potrebbe voler dire che è sì, sociopatico ma che le sue capacità intellettuali altamente sviluppate fanno in modo che sia più normale.

Il primo appuntamento di comparazione tra libro e telefilm è finito. Spero di non avervi annoiato con le mie elucubrazioni ma, sono certa, i fan di Sherlock apprezzeranno lo sforzo. Sono davvero interessata a conoscere la vostra opinione su quell'aspetto della personalità di Sherlock messo in evidenza nel telefilm oppure, fatemi sapere se avete notato qualche altra cosa interessante nella prima puntata in corrispondenza con il libro.
La prossima volta vi parlerò de "Il segno dei quattro", il secondo romanzo di Doyle che però comparirà nella seconda puntata della terza stagione del telefilm di Sherlock. 
The game is on!



mercoledì 6 agosto 2014

COLPA DELLE STELLE di John Green


La malattia non è mai un tema facile da affrontare nella vita quanto nella letteratura. Il rischio di far scivolare la storia in un dramma fine a se stesso, è grande. Ma, in “Colpa delle stelle” di John Green quello che più mi ha colpito è la freschezza con cui la storia viene narrata, rendendola accattivante.

La trama segue le vicende di Hazel Grace, una ragazza di sedici anni che frequenta un gruppo di supporto ai malati di cancro. Infatti, tre anni prima le era stato diagnosticato un cancro alla tiroide poi diffusosi nei polmoni, tenuto sotto controllo da un farmaco sperimentale.
Hazel frequenta il gruppo di supporto controvoglia, su volere dei genitori, fino al giorno in cui conoscerà lì Augustus "Gus" Waters, un ragazzo di diciassette anni a cui è stata amputata metà della gamba per un osteosarcoma. Tra i due nascerà un tenero sentimento, che si andrà sviluppando nel corso della storia, in lotta contro la malattia.
I due si avvicineranno molto anche grazie al libro che Hazel consiglierà ad Augustus, un'imperiale afflizione, libro scritto da Peter Van Houten che tormenterà i ragazzi con il suo finale aperto, che simboleggia la vita e la sua fine repentina.
Ora veniamo alla dichiarazione, dal mio punto di vista, tra le più belle di sempre:

"Sono innamorato di te, e non sono il tipo da negare a me stesso il semplice piacere di dire cose vere. Sono innamorato di te, e so che l'amore non è che un grido nel vuoto, e che l'oblio è inevitabile, e che siamo tutti dannati e che verrà un giorno in cui tutti i nostri sforzi saranno ridotti in polvere, e so che il sole inghiottirà l'unica terra che avremo mai, e sono innamorato di te."

La sentite la forza di queste parole? Sentite come vi colpiscono al petto, lasciandovi senza fiato? Lui la ama, nonostante sappia che è malata, nonostante sappia che lui stesso lo è. La ama anche se il suo amore risulta invisibile al grande universo che li/ci circonda e, con la consapevolezza che tutto l'amore che prova per lei non cambierà il loro triste destino.

Ma questa dichiarazione d'amore può essere estesa, in senso più ampio, a chiunque. Tutti noi, in quanto mortali, lasceremo questa terra e, sappiamo benissimo che tutti i nostri sforzi non ci porteranno in nessun altro posto che in una tomba, ma, nonostante questo, l'essere umano trova la forza di alzarsi dal letto, ogni giorno e, di amare.

Avvertite l'immensità di quelle parole? Io, ne sono rimasta estasiata. Credo sia la dichiarazione d'amore che ho sempre sognato.


Ma il libro passa un messaggio molto più ampio del solo “ama con tutto te stesso perché la vita è breve”. Alla fine, Grace leggerà una lettera, scritta da Augustus e indirizzata a Peter Van Houten che sarà, anche, la parte più toccante del romanzo.


Adoro il concetto espresso alla fine del libro, sempre a rimarcare la nostra piccolezza di fronte all'immensità dell'Universo.
La probabilità che abbiamo di ferire l'universo è pari a quella che abbiamo di aiutarlo, ed è molto probabile che non faremo né l'una né l'altra cosa.

Il titolo del libro, Colpa delle stelle (The Fault in Our Stars) è ispirato dalla celebre frase che Cassio disse a Bruto nell'opera di Shakespeare, "Giulio Cesare""La colpa, caro Bruto, non è delle stelle, ma nostra, che ne siamo dei subalterni"
Nel libro sarà  Peter Van Houten a citare questa frase, aggiungendo anche come Shakespeare abbia sbagliato in quanto è nella natura delle stelle essere avverse
Per dovere di cronaca, ci tengo a precisare che nel libro la frase di Shakespeare è tradotta così: "La colpa, caro Bruto, non è nelle nostre stelle/ma in noi stessi".

Io consiglio questo libro a chi ama i personaggi reali e, che non ha paura di soffrire per loro. A chi ha un amico o un parente malato, per poter entrare, se pure in minima parte nei suoi panni. Ed, infine, lo consiglio a chi, non potendo cambiare il suo destino, vuole comunque lottare per i suoi sentimenti. Perché, come ci viene detto alla fine del libro:
Non puoi scegliere di essere ferito in questo mondo, vecchio mio, ma hai qualche possibilità di scegliere da chi farti ferire.